SANITÀ, REPORT NURSING UP: “ IL NOSTRO SSN VIENE ABBANDONATO DAGLI INFERMIERI NON SOLO PER LO STIPENDIO POCO DIGNITOSO. È IL MODELLO ORGANIZZATIVO FATISCENTE CHE LI ALLONTANA SEMPRE PIU’!”
- AISI

- 24 ore fa
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DE PALMA: «LE EVIDENZE SCIENTIFICHE LO DIMOSTRANO: IL PROBLEMA NON È SOLO LA RETRIBUZIONE CHE CI COLLOCA AGLI ULTIMI POSTI D’EUROPA E NON AL PASSO CON IL MUTATO COSTO DELLA VITA, MA COME SI LAVORA E CHE TIPO DI GESTIONE VIENE SUBITA»
La crisi infermieristica italiana, senza dubbio la più grave dell’ultimo ventennio, non può più essere raccontata come una semplice emergenza numerica. Lo evidenzia una indagine della letteratura scientifica su database PubMed, basata su studi empirici recenti riferiti a infermieri operanti in Italia.
Il punto è chiaro: la piaga dell’uscita volontaria dal lavoro è un fenomeno multifattoriale e non può essere spiegato con una sola causa.
LA CRISI NASCE DENTRO IL LAVORO
Gli studi analizzati su base PubMed convergono su una stessa evidenza: la volontà di lasciare il lavoro nasce da un complesso intreccio di fattori strutturali.
Carico emotivo, retribuzione percepita come inadeguata, difficoltà di conciliazione vita-lavoro, complessità assistenziale, carichi di lavoro elevati e criticità organizzative diffuse: non elementi isolati, ma un sistema che logora progressivamente la tenuta professionale.
«Il punto non è solo la carenza di professionisti. La carenza è la tragica conseguenza. Il punto è capire perché gli infermieri se ne vanno», afferma Antonio De Palma.
Tra tutte le variabili, emerge con forza la precarietà strutturale dei modelli organizzativi e la crescente difficoltà nel garantire condizioni di lavoro sostenibili. Gli studi descrivono contesti segnati da assetti operativi non pienamente adeguati alla crescente complessità assistenziale e ai volumi di attività.
«È qui che si gioca la tenuta del sistema – continua De Palma –. Gli infermieri non stanno lasciando solo per quanto guadagnano (oltre 20mila dimissioni nel 2024 nell’area assistenziale), ma anche per le delicate condizioni organizzative in cui operano. Quando il lavoro perde sostenibilità, la professione perde senso e si svuota».
PRESSIONE EMOTIVA E CONTESTO EUROPEO: UNA CONFERMA SCIENTIFICA
A questo si aggiunge il peso del carico emotivo, componente strutturale del lavoro infermieristico: l’esposizione continua alla sofferenza e alla pressione relazionale derivante dall’elevata intensità assistenziale, dalla gestione di situazioni cliniche complesse e dai carichi di lavoro elevati, produce una usura psicologica progressiva che non viene adeguatamente governata.
La letteratura europea conferma il quadro: studi pubblicati su International Journal of Nursing Studies e BMJ Open indicano che tra il 20% e il 30% degli infermieri europei intende lasciare il lavoro, mentre le analisi dell’European Agency for Safety and Health at Work evidenziano che, tra gli infermieri, in Italia, oltre 1 su 3 presenta livelli elevati di stress e burnout.
Le valutazioni europee mostrano inoltre che pressione emotiva e qualità dell’organizzazione del lavoro sono tra i principali fattori associati all’abbandono della professione, soprattutto nei sistemi meno strutturati.
In Italia, queste criticità si innestano su modelli organizzativi fragili, amplificando il rischio di uscita.
STIPENDI E FUGA: IL DISASTROSO DATO ECONOMICO CHE NON BASTA A SPIEGARE LA CRISI
La leva economica resta una componente reale. Secondo i rapporti OCSE “Health at a Glance Europe”, gli infermieri italiani guadagnano mediamente tra i 30mila e i 32mila euro lordi annui contro i 38–42mila europei, con un divario del 20–25%.
In molti Paesi europei la professione è collocata sopra la media salariale nazionale, mentre in Italia resta allineata o inferiore. Il gap supera i 10mila euro annui e si riflette anche sul potere d’acquisto: le analisi OCSE indicano una capacità di spesa inferiore di oltre 10mila dollari.
Negli ultimi decenni, il tema retributivo ha assunto un peso davvero strutturale. Le analisi sul lavoro sanitario e le ricostruzioni economiche diffuse anche da autorevoli osservatori del settore come Eurofound evidenziano come il potere d’acquisto degli infermieri italiani si sia progressivamente eroso negli ultimi 30–35 anni, con una perdita stimata tra i 10mila e i 16mila euro lordi annui rispetto agli anni ’90, a causa dell’inflazione, della mancata indicizzazione e dei lunghi blocchi contrattuali.
Il dato è confermato anche dalle dinamiche più recenti: il rinnovo del contratto sanità 2022–2024, con aumenti intorno al 5,7%, si è collocato ben al di sotto dell’inflazione cumulata che ha superato il 16%, determinando una ulteriore riduzione reale del valore delle retribuzioni di circa il 10% (analisi sindacali nazionali), in linea con quanto evidenziato dalle analisi di Eurofound sull’andamento dei salari reali in Europa nel periodo post-pandemico e dai report OCSE sulla dinamica retributiva nel settore sanitario.
Le conseguenze sono evidenti anche sul piano sociale: oltre il 70% degli infermieri dichiara difficoltà ad arrivare a fine mese (Survey Nursing Up febbraio 2026), mentre la perdita di valore delle indennità accessorie – dai turni alle attività ad alta intensità assistenziale – ha ulteriormente ridotto la qualità complessiva della retribuzione.
In questo contesto, il divario con l’Europa e la perdita di potere d’acquisto non sono più un dato teorico, ma una condizione concreta che incide direttamente sulla tenuta della professione, come evidenziato anche nei rapporti OCSE “Health at a Glance Europe” sulla forza lavoro sanitaria e nelle analisi Eurofound sull’andamento dei salari reali nel periodo post-pandemico.
LO STIPENDIO POCO DIGNITOSO CONTA, MA DIVENTA FATTORE DECISIVO QUANDO SI SOMMA A ORGANIZZAZIONI CHE NON FUNZIONANO
I dati confermano il quadro: come detto oltre 20mila dimissioni volontarie nel 2024- settore assistenziale, e circa 6mila infermieri ogni anno scelgono l’estero.
«Il sistema sanitario non sta soltanto perdendo numeri – continua De Palma – ma professionisti. E li perde perché il lavoro non è più sostenibile».
SENZA CAMBIARE L’ORGANIZZAZIONE, LA FUGA NON SI FERMA
Gli studi analizzati indicano con chiarezza che la crisi non può essere affrontata solo sul piano economico. Il nodo è strutturale e di sistema.
Dove persistono carichi di lavoro elevati e squilibri strutturali, il sistema perde attrattività e capacità di trattenere i professionisti.
Per questo la risposta non può limitarsi agli stipendi: servono interventi mirati sulla sostenibilità del lavoro quotidiano e sull’efficienza complessiva del sistema.
«La sfida è ricostruire le condizioni per restare», conclude De Palma.
REDAZIONE AISI
