SANITA’, REPORT NURSING UP. IL “DEFAULT SILENZIOSO” DEL NOSTRO SSN: UN SISTEMA “MEDICO CENTRICO” CHE BRUCIA RISORSE. SENZA INFERMIERI SOLO VORAGINE FINANZIARIA!
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- 2 giorni fa
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DE PALMA: «PRIMI IN EUROPA PER MEDICI, PENULTIMI PER INFERMIERI: LA POLITICA FINALMENTE RIFLETTA E SI RIMBOCCHI LE MANICHE»
ROMA 25 MARZO 2026 – Il Servizio Sanitario Nazionale non sta semplicemente attraversando una crisi profonda, la più complessa e delicata dell’ultimo ventennio: sta entrando in una fase più profonda e pericolosa, quella di un default silenzioso, in cui le inefficienze, in primis la carenza di professionisti dell’assistenza, tristemente non fanno rumore ma producono effetti devastanti sui conti pubblici e sulla qualità delle cure.
Non è una deriva inevitabile, ma la conseguenza diretta di un modello organizzativo ormai superato, che affonda le radici nel passato, e che continua a investire nel modo più costoso possibile ignorando le evidenze scientifiche internazionali.
«Non è una crisi improvvisa, è un pericoloso cedimento strutturale: il sistema sta collassando sotto il peso delle sue inefficienze», dichiara Antonio De Palma, presidente nazionale di Nursing Up.
IL PARADOSSO ITALIANO: UNA SANITÀ SBILANCIATA CHE COSTA INCREDIBILMENTE DI PIÙ
Il cuore del problema è uno squilibrio che, secondo il Nursing Up, non ha eguali nei principali sistemi sanitari avanzati europei e mondiali.
Secondo i dati OCSE più recenti (Health at a Glance 2024-2025), l’Italia presenta una delle più alte densità mediche al mondo: 5,4 medici ogni 1.000 abitanti (dati nella totalità della realtà sanitaria), contro una media OCSE di 3,9 e una media Ue di 4.07. Anche considerando solo il settore pubblico, il dato resta elevato e superiore sia alla media Ocse che Ue (4,1 medici ogni 1000 abitanti)
Sul versante infermieristico, invece, il sistema arretra sensibilmente: 6,2–6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, con un dato che scende a circa 4,7 nel pubblico, contro una media OCSE di 9,2 e una media europea di 8,4.
Non si tratta di una semplice carenza.Si tratta di una vera e propria distorsione strutturale del modello sanitario, che genera un uso improprio delle competenze e un aumento diretto dei costi.
IL RAPPORTO CHE SPIEGA L’INEFFICIENZA. NUMERI SCHIACCIANTI.
Il dato maggiormente esplicativo è quello del rapporto tra infermieri e medici.
Nei sistemi europei il rapporto medio è di 2,2 infermieri per ogni medico, mentre nell’area OCSE sale fino a 2,7(dati Health at a Glance Europe 2024).
In Italia questo equilibrio si rompe: il rapporto resta fermo tra 1,3 e 1,5, tra i più bassi del continente.
Questo significa che il sistema utilizza professionisti ad alta specializzazione e alto costo per attività che, nei modelli più efficienti, sono affidate a infermieri con competenze avanzate.
Il risultato è un circuito vizioso: più costi fissi, meno flessibilità, minore capacità di risposta alla domanda assistenziale.
ITALIA VS EUROPA E OCSE: IL RISPARMIO CHE L’ITALIA NON VEDE
Il confronto internazionale chiarisce definitivamente il punto: il vero tema non è quanto si spende, ma come si organizza la spesa sanitaria.
Nei sistemi europei e OCSE più avanzati, dove il rapporto infermieri/medici si colloca stabilmente tra 2,2 e 2,7, la maggiore presenza infermieristica consente una gestione più efficace della cronicità, una riduzione dei ricoveri evitabili e un contenimento strutturale della spesa sanitaria.
Paesi come Germania, Paesi Bassi e Regno Unito rappresentano esempi concreti di questa evoluzione: qui il rafforzamento della componente infermieristica ha permesso di spostare l’asse dell’assistenza dall’ospedale al territorio, riducendo la pressione sulle strutture acute e migliorando la sostenibilità complessiva del sistema.
In questi contesti, l’investimento sugli infermieri non è stato considerato un costo aggiuntivo, ma una scelta di lungimiranza economica, capace di generare risparmi attraverso la prevenzione delle complicanze, la gestione precoce delle patologie croniche e la continuità assistenziale.
Le evidenze scientifiche confermano questa traiettoria: lo studio pubblicato su Health Policy (Maier & Aiken) dimostra che nei modelli Nurse-Led si registra una riduzione dei costi fino al 20%, grazie alla diminuzione delle ospedalizzazioni inappropriate e delle complicanze.
A questo si aggiungono dati più recenti: un’analisi del 2024 pubblicata su Springer evidenzia un risparmio medio di 1.677 euro per paziente nei programmi di assistenza infermieristica post-dimissione, mentre studi dell’American Journal of Managed Care mostrano che la gestione infermieristica del diabete può ridurre i costi ambulatoriali di oltre 5.400 dollari per paziente.
E qui emerge il paradosso italiano nella sua forma più evidente: mentre i sistemi più efficienti risparmiano investendo sugli infermieri, l’Italia continua a sotto investire nel proprio Servizio sanitario nazionale.
Secondo le analisi della Fondazione GIMBE, infatti, il nostro Paese è all’ultimo posto tra i Paesi del G7 per spesa sanitaria pro-capite, con un gap complessivo stimato in circa 43 miliardi di euro rispetto alla media dei principali Paesi avanzati.
L’Italia, con un rapporto fermo tra 1,3 e 1,5, resta così intrappolata in un doppio squilibrio: meno investimenti complessivi e una distribuzione inefficiente delle risorse, dove la carenza infermieristica si traduce in maggiore ricorso all’ospedale, più ricoveri evitabili e una crescita costante della spesa legata alle inefficienze.
LA FUGA DAL PUBBLICO: IL SEGNALE PIÙ PREOCCUPANTE
A rendere ancora più fragile il sistema è il progressivo svuotamento del settore pubblico.
I dati ENPAPI registrano un +17% di infermieri liberi professionisti nel primo semestre 2025, segnale di un travaso continuo di competenze verso il privato.
Non si tratta di una crisi vocazionale.Gli infermieri non abbandonano solo la professione: abbandonano il sistema pubblico, che non è più in grado di valorizzarli né economicamente né professionalmente.
Ogni uscita rappresenta una perdita secca di capacità operativa e un aumento dei costi indiretti per il sistema sanitario.
LA LINEA DI FRATTURA DEL SSN
Il Servizio sanitario nazionale si trova oggi davanti a una scelta che non è più rinviabile.
Continuare con un modello medico centrico, costoso e che non risponde ai bisogni del cittadini, oppure avviare un riequilibrio strutturale fondato sul rafforzamento delle competenze infermieristiche e sull’adozione di modelli organizzativi basati sulle evidenze.
Non è più solo una questione sanitaria.È una questione di sostenibilità economica e tenuta del sistema Paese.
Senza dimenticare che, secondo report autorevoli come quello della Fondazione GIMBE, l'Italia è all'ultimo posto tra i paesi del G7 per spesa sanitaria pro-capite, con un gap di investimenti complessivo stimato in circa 43 miliardi di euro.
LA CHIUSURA: UNA SCELTA NON PIÙ RINVIABILE
«Abbiamo costruito una sanità che spende male e cura peggio. Pensiamo di risparmiare tagliando sugli infermieri, ma stiamo solo alimentando una voragine di costi nascosti.
L’Europa e i Paesi OCSE dimostrano che investire sugli infermieri significa ridurre la spesa e migliorare gli esiti. Noi stiamo facendo l’opposto.
Senza un cambio immediato di modello, il Servizio sanitario nazionale non reggerà l’urto della cronicità. Non è più un rischio teorico: è una traiettoria già in atto», conclude De Palma.
REDAZIONE AISI
