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SALUTE E LAVORO. MALATTIE PROFESSIONALI, RECORD DI 98.463 DENUNCE: IN UN ANNO QUASI 10MILA CASI IN PIÙ

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    Associazione AISI
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Nel 2025 incremento dell'11,3%, mentre nei primi mesi del 2026 la crescita accelera ulteriormente. Roberto Feroli, Ceo di TuttoBene TV e Project Manager di Salute.it: «Dolori persistenti, formicolii, insonnia, irritabilità e stanchezza mentale non devono essere considerati il prezzo inevitabile del lavoro»


ROMA, 24 LUGLIO 2026 – Le malattie professionali denunciate in Italia raggiungono un nuovo livello di allarme: nel 2025 sono state protocollate dall'INAIL 98.463 denunce, quasi 10mila in più rispetto alle 88.499 del 2024, con un incremento dell'11,3%. Il confronto con gli anni precedenti mostra una crescita del 35,3% rispetto al 2023, del 62% rispetto al 2022 e del 60,6% rispetto al 2019. Si tratta di dati riferiti alle denunce presentate, non necessariamente ai casi successivamente riconosciuti e indennizzati, ma il segnale epidemiologico e sociale è ormai impossibile da ignorare.


A preoccupare è anche la traiettoria del 2026: nel primo bimestre sono state registrate 17.036 denunce, il 14,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre il dato disponibile al primo trimestre indica un aumento del 16,7% delle patologie di possibile origine professionale denunciate.


«Dietro questi numeri non ci sono soltanto pratiche amministrative, ma persone che spesso hanno continuato a lavorare per mesi o anni ignorando segnali precisi del proprio corpo», dichiara Roberto Feroli, Ceo di TuttoBene TV e Project Manager di Salute.it. «Un dolore alla schiena che ritorna ogni sera, una mano che perde forza, un formicolio notturno, il risveglio già stanchi, l'ansia prima di entrare in servizio o l'incapacità di recuperare durante il riposo non sono sempre disturbi passeggeri. Possono rappresentare l'inizio di una patologia legata all'organizzazione o alle condizioni del lavoro».


IL CORPO PRESENTA IL CONTO: SCHIENA, SPALLE E MANI TRA LE AREE PIÙ ESPOSTE

Le patologie più frequentemente denunciate riguardano il sistema osteo-muscolare e il tessuto connettivo. Sono disturbi associati, tra gli altri fattori, alla movimentazione manuale dei carichi, ai movimenti ripetitivi, alle posture incongrue o mantenute a lungo, alle vibrazioni e al sovraccarico biomeccanico. Seguono le malattie del sistema nervoso e dell'orecchio, mentre restano presenti patologie respiratorie, tumori professionali e disturbi psichici.

Gli esempi concreti attraversano numerosi settori. Un magazziniere può sviluppare lombalgia o ernia discale dopo anni di sollevamenti e torsioni. Un operatore sanitario può accusare dolori a spalle e rachide durante la movimentazione dei pazienti. Un addetto alla produzione può manifestare tendiniti o sindrome del tunnel carpale a causa di gesti ripetuti. Anche chi lavora molte ore al computer può sviluppare cervicalgia, dolore agli arti superiori e disturbi legati a una postazione non adeguata.


Le più recenti evidenze scientifiche confermano che i disturbi muscolo-scheletrici rappresentano oggi una delle principali cause di disabilità e limitazione lavorativa nel mondo. L'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) indica tra le misure preventive prioritarie l'adattamento ergonomico delle postazioni, l'impiego di attrezzature adeguate, la modifica dei metodi di lavoro, la rotazione delle mansioni, la programmazione delle pause e la riduzione del lavoro prolungato in posture sfavorevoli. La prevenzione, dunque, non può essere affidata esclusivamente alla capacità del singolo lavoratore di "resistere".


STRESS E ORGANIZZAZIONE: QUANDO IL RISCHIO NON È VISIBILE

La malattia professionale non interessa soltanto muscoli, articolazioni o apparato respiratorio. Carichi eccessivi, turnazioni imprevedibili, mancanza di autonomia, conflitti, molestie, isolamento, pressione continua sui risultati e impossibilità di recuperare possono contribuire alla comparsa di disturbi psichici correlati al lavoro.

I dati del sistema di sorveglianza MalProf sulle patologie psichiche segnalate mostrano una prevalenza dei disturbi dell'adattamento (60,4%), seguiti dalle reazioni a grave stress (25,5%) e dal disturbo post-traumatico da stress. In oltre la metà delle segnalazioni esaminate è stata individuata una correlazione positiva con il lavoro.


«Lo stress professionale non coincide con una giornata difficile o con una normale preoccupazione», sottolinea Feroli. «Il problema nasce quando la tensione diventa continua e il lavoratore non riesce più a recuperare. Insonnia, tachicardia, disturbi gastrointestinali, irritabilità, difficoltà di concentrazione, senso di inadeguatezza e perdita di motivazione sono segnali che meritano ascolto, soprattutto quando compaiono o peggiorano in relazione al lavoro».

Fattori fisici e psicosociali, inoltre, possono rafforzarsi reciprocamente: la pressione organizzativa può aumentare la tensione muscolare, ridurre le pause, peggiorare le posture e rendere più difficile il recupero da un dolore già presente.


I SEGNALI CHE NON DEVONO ESSERE NORMALIZZATI

Un disturbo può avere molte cause e soltanto una valutazione sanitaria può stabilirne l'origine. Esistono tuttavia segnali che non dovrebbero essere ignorati quando persistono, si ripetono o risultano collegati a determinate attività: dolore a schiena, collo o spalle che aumenta durante il turno; perdita di forza o sensibilità nelle mani; formicolii notturni; rigidità articolare; cefalea ricorrente; affaticamento che non migliora con il riposo; insonnia; ansia anticipatoria; difficoltà di concentrazione; irritabilità e disturbi digestivi persistenti.

Particolarmente indicativo è il rapporto temporale con l'attività: il sintomo compare durante il lavoro, aumenta alla fine del turno, migliora nei giorni di riposo e ritorna alla ripresa della stessa mansione.

«Non bisogna aspettare che il dolore impedisca di lavorare o che il disagio psicologico diventi ingestibile», afferma Feroli. «Riferire tempestivamente i sintomi al medico curante e, dove previsto, al medico competente permette di avviare accertamenti, correggere i fattori di rischio e impedire che un disturbo iniziale diventi una limitazione permanente».


LA LEGGE IMPONE DI VALUTARE ANCHE STRESS ED ERGONOMIA

Il riferimento centrale rimane il Decreto Legislativo 81/2008, che all'articolo 28 stabilisce l'obbligo di valutare tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, compresi quelli collegati allo stress lavoro-correlato. Il sistema di prevenzione coinvolge datore di lavoro, responsabile del servizio di prevenzione e protezione, medico competente, rappresentanti dei lavoratori e lavoratori stessi.

La valutazione non può limitarsi alla presenza formale di un documento. Deve considerare mansioni reali, carichi, ritmi, assenze, turnazioni, segnalazioni, infortuni, disturbi riferiti, postazioni, attrezzature e cambiamenti organizzativi. Quando emergono criticità, occorre intervenire sull'ambiente e sull'organizzazione, non soltanto raccomandare al dipendente maggiore attenzione.


DENUNCIARE NON SIGNIFICA AVER GIÀ OTTENUTO IL RICONOSCIMENTO

Il dato delle 98.463 denunce non corrisponde automaticamente ad altrettante malattie professionali riconosciute. La denuncia apre un procedimento nel quale devono essere verificati la diagnosi, l'esposizione al rischio e il rapporto causale con il lavoro.

Il lavoratore che sospetta una possibile origine professionale dei propri disturbi deve rivolgersi al medico, fornendo informazioni precise sulle mansioni svolte, sui tempi di esposizione, sui carichi, sugli strumenti utilizzati e sull'andamento dei sintomi. Possono essere coinvolti anche il medico competente, il patronato e le strutture di medicina del lavoro.


PREVENIRE PRIMA CHE IL LAVORATORE SI AMMALI

«La vera svolta sarà passare dalla cultura della sopportazione alla cultura della prevenzione», conclude Roberto Feroli, Ceo di TuttoBene TV e Project Manager di Salute.it. «Non è normale terminare ogni turno con un dolore intenso, dormire male per la preoccupazione del giorno successivo o perdere progressivamente la capacità di svolgere gesti abituali. Le aziende devono osservare il lavoro reale, ascoltare chi lo svolge e intervenire prima che il corpo o la mente presentino il conto. Proteggere la salute dei lavoratori significa anche ridurre assenze, errori, perdita di competenze e costi sociali».

Feroli richiama inoltre l'attenzione su un fenomeno destinato a diventare sempre più rilevante: «Con l'aumento dell'età media della popolazione lavorativa, prevenire l'usura fisica e mentale non è più soltanto una scelta organizzativa, ma una necessità per garantire la sostenibilità del mondo del lavoro e del nostro sistema sanitario. Ogni intervento che migliora ergonomia, organizzazione, formazione e benessere psicologico rappresenta un investimento sulla salute delle persone e sulla competitività delle imprese».

Salute.it e TuttoBene TV invitano istituzioni, imprese, professionisti della salute e lavoratori a promuovere una cultura della prevenzione fondata sull'evidenza scientifica e sulla collaborazione. Riconoscere precocemente i segnali del corpo, intervenire sui fattori di rischio e costruire ambienti di lavoro più sicuri significa tutelare la dignità della persona, preservarne la salute nel tempo e contribuire a un sistema produttivo più efficiente, resiliente e sostenibile.


REDAZIONE AISI

 
 
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