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Rianimatori e anestesisti «a scuola» per imparare le parole giuste da usare con i familiari dei pazienti (Corriere Salute).

Saper comunicare con le persone di riferimento di un paziente è essenziale. Ma non bastano l’esperienza, l’età, la tradizione o l’attitudine del singolo: medici e infermieri possono (e devono) imparare. Ecco come .

Arrivano alla chetichella di primo mattino ed entrano nella Sala Orange 2, al Centro Congressi MiCo della Fiera di Milano. Due piani sotto la vela di vetro dell’archistar Massimiliano Fuksas, lo spazio freddo e disadorno del locale è stato diviso in due zone: una ospita una trentina di sedie disposte a ferro di cavallo, davanti a una scrivania con un cesto pieno di caramelle e a un megaschermo. L’altra ha un tavolo e quattro sedie per il «role play», le simulazioni di situazioni reali. Una cabina di regia e un angolo con un sobrio buffet completano il quadro. 


È quasi tutto pronto. I tecnici fanno le ultime verifiche sulla qualità dei segnali audio e video. La gente intanto si saluta, scambia quattro chiacchiere e prende posto. Finalmente si va in scena. A vederlo così, sembrerebbe il set di una delle famose «sedute di autocoscienza» sdoganate da Nanni Moretti nei suoi film. E, in parte, lo è. Perché si tratta di riflettere su un tema delicato e controverso come quello della comunicazione. Il cast però non è composto da attori, ma da medici e infermieri che lavorano in Terapia intensiva. 


Arrivano da diverse zone d’Italia, per partecipare a due giorni di un corso su «La comunicazione in Terapia intensiva. Istruzioni per l’uso».  Senza l’aiuto dell’associazione Salvagente Italia di Monza, impegnata a diffondere la cultura del Primo Soccorso nel nostro Paese, il corso non si sarebbe potuto tenere. Sia pure nell’ambito di un mega congresso come Smart (meeting annuale di Anestesia, Rianimazione ed Emergenza). «Fare un corso costa tantissimo — spiega Giannini —: l’affitto dei locali, l’attrezzatura e noi non siamo interessanti per l’industria perché non facciamo vendere nè un ventilatore nè un'aspirina». Quindi, nessuno sponsor.


Ad accogliere i corsisiti Alberto Giannini, direttore di Anestesia e Rianimazione Pediatrica dell’Ospedale dei Bambini, Asst Spedali Civili di Brescia e Sara Mascarin, pedagogista specialista di organizzazione sociosanitaria, esperta di temi relativi alla comunicazione e alla relazione nell’ambito della donazione di organi, Iss - Cnt Roma.

Una coppia perfetta, sembra studiata a tavolino. Tanto vulcanica, punzecchiatrice, straripante Mascarin - non una novità per chi la conosce - quanto pacato, imperturbabile, quasi «socratico» Giannini. A dare loro manforte come «outsider» c’è Sally Calva, medico anestesista rianimatore e psicologa. Hanno fondato l’Officina Comunicativa che si occupa di «“Confezione” e “riparazione” su misura in ambito relazionale e comunicativo» in sanità.


«Confezione e riparazione»: metafora più adatta non si potrebbe trovare, per definire la fitta e delicata trama dei rapporti tra le persone in ogni luogo di lavoro, e a maggior ragione quando il lavoro è occuparsi della salute altrui.Un «fuori onda» di Giannini: «Noi medici possiamo molto più facilmente risolvere i problemi tecnici definendo qual è la best Peep (pressione positiva di fine espirazione, ndr) nella ventilazione meccanica di un paziente.

Facciamo fatica, però, su due versanti: da un lato, la comunicazione con i familiari e, dall’altra, gli aspetti etici. Qui stentiamo molto e pertanto dobbiamo studiare, lavorare, fare formazione e anche ricerca perché, da sempre, l’educare è l’ambito in cui spendiamo più tempo ed energie ma anche ciò che cambia la storia e incide sulle persone. Mentre, in Italia, questi temi sono assolutamente negletti ».


È tempo di iniziare. «Vi dico cosa non mi piace: innanzitutto il posto. Non è bello, ma non possiamo farci niente. Pavimento storto, luci fioche, ma tutto sommato va bene», attacca Sara Mascarini diretta come sempre. «Questo corso è stato pensato 16 anni fa e realizzato per la prima volta 15 anni fa», racconta. La ricetta: fornire materiali e metodi, cimentarsi in esercitazioni e mettere a confronto esperienze diverse. Sara si muove come il playmaker di una squadra di pallacanestro. Ricama il gioco. Dà e prende la parola in continuazione. Cerca i giocatori, raccoglie le frasi che rimbalzano.


La comunicazione è attualmente riconosciuta come competenza professionale per i medici rianimatori (ma non solo) e sono state elaborate specifiche raccomandazioni che sollecitano un’adeguata formazione per le équipe di Terapia intensiva in tema di comunicazione, gestione dei conflitti, capacità di riconoscere e gestire l’ansia e lo stress dei familiari. 

In Italia, tuttavia, la comunicazione non è presente nel curriculum formativo delle Scuole di specializzazione in anestesia e rianimazione. Vi sono però evidenze che uno specifico corso, di breve durata, può migliorare significativamente le capacità di comunicare dei medici e che in Terapia intensiva - più in generale - possono essere identificate, apprese e attuate strategie comunicative più efficaci.

L’invito è provare a mettersi nei panni degli altri, allora. Dei familiari che, in fondo, cosa chiedono? «Di essere informati, di sentirsi importanti e parte attiva nei processi di guarigione; di essere rassicurati rispetto al fatto che il loro caro riceva le migliori cure» elenca Sally Calva.


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