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Pnrr: serviranno 40mila professionisti sanitari in più.



Il PNRR, per legge, con i suoi fondi, può sostenere "solo" l'ammodernamento, l'acquisto e la creazione di strutture e macchine per la nuova medicina territoriale, però "a farla ballare" dovranno pensarci medici, infermieri, tecnici, operatori sociosanitari, amministrativi e tutti gli altri che al momento non si sa se ci saranno, in quanti saranno e da chi saranno contrattualizzati.


Dove sono i professionisti sanitari? Chi si occuperà di avviare finalmente un capillare e coraggioso piano di assunzioni per "rinforzare" organici ridotti all'osso e garantire così la presenza di quei professionisti che dovranno gestire le cure nelle neonate strutture e mettere a frutto l'efficienza delle nuove attrezzature?


L'Italia corre veloce verso il digitale, verso l'evoluzione tecnologica, si fa tanto parlare di Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, ma dove andremo senza professionisti sanitari?

Migliaia di donne e uomini della sanità, almeno 40.000 (oltre alla carenza strutturale di cui tenere conto, visto che mancano, rispetto all'Europa, ben 175mila infermieri) che dovranno essere assunti da Regioni già in forte deficit di personale e che, al momento, non hanno spazi normativi ed economici per innesti di tale portata e costo.


E poi si fa tanto parlare di abbattimento delle liste di attesa, un obiettivo realizzabile solo ed esclusivamente aumentando il numero delle prestazioni dei professionisti, e non certo solo dei medici, visto che a mancare sono gli infermieri, incentivando le retribuzioni.


Chi sosterrà l'indispensabile piano di assunzioni dal punto di vista finanziario? Sappiamo bene che i fondi delle Regioni non piovono dal cielo ma arrivano dal Governo.


In parole povere servono risorse su due fronti: da una parte occorre assumere negli ospedali per sostenere la fatiscente sanità pubblica e snellire le liste di attesa. Dall'altra è necessario assumere quei 40mila professionisti che dovranno gestire il rilancio della sanità territoriale, previsto dalla Missione 6 del Pnrr, con la nascita di nuove realtà strutturali come le Case di Comunità. 


Allo stato dell'arte tutto questo appare davvero molto arduo da realizzare.

Il motivo è sempre quello, sempre che questo Governo riesca a rispettare i tempi previsti dall'Europa: con i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza si può e si deve finanziare la realizzazione di infrastrutture, materiali e digitali, non si può e non si deve sostenere la spesa per la gestione dei servizi.


La “Missione 6 – Salute” non fa eccezione: 15,63 miliardi di euro destinati alla Riforma dell’assistenza territoriale e l’Innovazione del Servizio sanitario nazionale che, nelle intenzioni del Governo, promettono di ricostruire la relazione di prossimità tra cittadini e servizi per la salute dopo la tragica esperienza della pandemia da COVID-19, da cui sono emersi tutti i limiti operativi di un ecosistema sanitario fondato sulla centralità ospedaliera e la concentrazione territoriale dell’offerta.


PNRR sanità, il Governo paga le strutture, ma non il personale. La patata bollente passa alle Regioni.


La prima componente della Missione 6 del PNRR è la costruzione di reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza territoriale. Vale a dire la “implementazione dei nuovi modelli organizzativi di prossimità e il potenziamento, in termini di qualità e sostenibilità, dell’assistenza territoriale” (cit. Ministero della Salute – Attuazione delle misure del PNRR).


Rientra in questa componente la costruzione di almeno 1.350 Case della Comunità, “rinnovate e tecnologicamente attrezzate”, e almeno 400 Ospedali di Comunità, “rinnovati, interconnessi e tecnologicamente attrezzati”. Per le une e gli altri si prevede di investire 3 miliardi di euro. Completano il quadro l’assistenza domiciliare (almeno 800.000 over 60 presi in carico), le Centrali Operative Territoriali (almeno 600) e la telemedicina (almeno 200.000 assistiti), per cui sono appostati complessivamente 4 miliardi di euro.

7 miliardi di euro investiti con l’obiettivo di rendere i servizi per la salute più accessibili, sicuri, personalizzati, uniformi e integrati con l’assistenza di carattere sociale.


A partire dal 2027. Il tempo che trascorrerà dal 1 luglio al 31 dicembre 2026 sarà dedicato alla realizzazione materiale delle strutture e all’acquisto dei macchinari e delle apparecchiature necessari all’attivazione dei servizi.


Fino a oggi il cronoprogramma concordato con l’Unione europea è stato rispettato, anche perché gli obiettivi da raggiungere entro il 30 giugno erano tutti “di carta”: decreti ministeriali, documenti di programmazione, accordi istituzionali, eccetera. 


Ora si entra nella fase attuativa e in quella della contrattazione di dettaglio tra Governo e Regioni per individuare modalità e risorse, umane e finanziarie, da dedicare alle magnifiche sorti e progressive dell’assistenza territoriale del terzo millennio.


Case della Comunità, servono 29.411 assunzioni. Il Governo ne prevede 2.363

Prendiamo le Case della Comunità. Ciascuna struttura, che è punto di accesso al servizio sanitario e dove sono erogate le cure primarie, necessita di: 8 infermieri di famiglia; 10 medici di medicina generale; 5 amministrativi. Su base nazionale, 29.411 unità. Il Governo, però, prevede di assumere solo 2.363 infermiere e infermieri, con un costo annuo calcolato di 94,5 milioni di euro. E gli altri? “Nessun onere aggiuntivo per il Servizio sanitario nazionale a causa del risultato della riorganizzazione del personale delle cure primarie”, si legge nei documenti inviati alla Commissione UE.


Scenario assai simile si prospetta per gli Ospedali della Comunità, dove si realizzerà il ricovero breve di pazienti che necessitano di interventi a bassa/media intensità clinica: dovranno garantirsi 4.5 ore di assistenza medica al giorno per 6 giorni e la presenza di 9 infermieri e 6 operatori sociosanitari.


Fatte le somme si arriva a: 534.924 ore di assistenza, 3.429 infermieri e 2.286 OSS. La provvista finanziaria necessaria annualmente ammonta a 239,268 milioni di euro. Cifra che, a parere di molti osservatori indipendenti, è sottostimata o difficilmente ottenibile dai risparmi conseguenti alla riorganizzazione del servizio.


Il contesto operativo è tutt’altro che sovradimensionato: negli ultimi dieci anni, l’organico del SSN si è ridotto del 6% a causa del blocco del turn over e dei tetti imposti alla spesa per il personale; in media vanno in pensione 20.000 tra medici e infermieri ogni anno, e solo una parte viene sostituita con nuove assunzioni.


Vero è che è stato appena varato il piano di stabilizzazione del personale impiegato durante l’emergenza COVID-19, e non solo; ma sono medici, infermieri, operatori con i quali le Regioni non riusciranno a coprire i fabbisogni ordinari. Figuriamoci quelli derivanti da strutture e servizi della nuova sanità territoriale, i cui costi di gestione annuale sono stimati dal Governo 1,906 miliardi di euro.


Cifra in cui non figurano i maggiori oneri che deriveranno dall’impiego degli indispensabili medici generalisti nelle Case della Comunità. Le Regioni dovranno contrattare nuove convenzioni se vorranno convincerli a ridurre il tempo dedicato ai pazienti in ambulatorio e a intensificare il servizio da prestare nelle strutture comunitarie. E il conto si preannuncia salato se c’è chi si spinge a suggerire di assumerli invece di convenzionarli.

La riorganizzazione del personale medico passa per l’università, altrimenti sarà “una spinta alla privatizzazione della sanità territoriale”.


E se l’obiettivo “su carta” della riorganizzazione del personale non diventasse reale?

Burocrazia e costi, per il PNRR della sanità il 2026 è dietro l’angolo. Ora il Governo dovrà dimostrare di potercela fare per evitare un pericoloso flop.


Se la nuova sanità territoriale sarà sostenibile dal punto di vista finanziario e operativo, e in che modo lo sarà, lo verificheremo con mano a partire dal primo gennaio 2027. Prima di allora dovremo fare i conti con la costruzione di infrastrutture e reti. Oggi sono almeno due i motivi che preoccupano: i costi di costruzione e la burocrazia.


I primi sono schizzati a causa dell’aumento dei costi energetici e della ridotta disponibilità di materie prime, problemi aggravati e non causati dalla guerra tra Russia e Ucraina, cosa che ha obbligato le Regioni ad aggiornare i prezziari delle opere pubbliche.


La burocrazia è una costante incognita: la durata media degli appalti in Italia è di 663 giorni; in Puglia, ad esempio, è di 877 giorni. Quasi due anni e mezzo. Ce la faremo davvero?


E cosa faranno le Regioni, e non sono certo poche, in grande debito di ossigeno, alle prese con deficit economici figli di scellerate gestioni del passato, ad assumere professionisti nei numeri necessari a coprire le esigenze degli ospedali (abbattimento liste di attesa) e quelle della sanità territoriale?


Ma soprattutto dove reperirà il Governo i fondi per mettere le Regioni nella condizione di realizzare tutto questo?

E infine, domanda non da poco, senza un indispensabile aumento delle retribuzioni, in particolar modo per quei professionisti dell'assistenza il cui stipendio è fermo al palo da anni, come faremo a coprire le necessità degli organici nei numeri indicati?

Con i concorsi che finiscono deserti, le aziende sanitarie potrebbero essere costrette a rivolgersi alle cooperative esterne e ai cosiddetti gettonisti, non ci sarebbe altra soluzione.


REDAZIONE AISI

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