top of page
  • Immagine del redattoreAISI

LETTERA APERTA

Aggiornamento: 26 feb


Lettera aperta al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al Ministro della Salute Orazio Schillaci

Gentilissime Autorità,

siamo qui a rappresentare il nostro profondo disagio nei confronti delle politiche sanitarie attuate dai precedenti governi e la grave e completa disinformazione che avviene ormai da troppi anni a danno dei cittadini.

A questi, infatti, si è precluso irresponsabilmente ed incomprensibilmente la fruibilità concreta di un settore essenziale del Servizio Sanitario Nazionale impedendo, di fatto, l’accesso alle strutture sanitarie private, autorizzate e convenzionate, presenti e dislocate su tutto il territorio nazionale con 6800 centri, ambulatori e poliambulatori, capaci di offrire diagnosi immediate e di altissimo profilo sanitario, medico e clinico, assicurando, in tal modo, una risposta sanitaria tecnicamente ineccepibile ed in tempi rapidissimi, pienamente realizzando, così, il Diritto alla Salute, tutelato e garantito dall’art. 32 della Costituzione, di cui ogni cittadino gode e che, invece, troppo spesso reclama invano.

Il servizio privato accreditato, occorre ricordare, esiste sul territorio nazionale da più di cinquanta anni, esattamente dal 1970 e ha garantito, in tutto questo tempo, una risposta sanitaria indispensabile ed adeguata.

Ciò nonostante non si possono non evidenziare delle criticità profonde che di fatto mettono a serio rischio la possibilità di continuare ad operare e ad offrire un servizio sanitario in linea con il diritto alla salute di cui ogni cittadino deve e può godere, così come sancito dall’art. 32 Cost.

In particolare, ci preme rappresentare solo a titolo esemplificativo, che per aprire una struttura di media entità, a volte occorrono anche tre anni, connotate da controlli comunali, verifiche A.s.l. di vario tipo e una lunga serie di autorizzazioni regionali.

L’apertura ai privati nell’ambito del servizio pubblico e la differenziazione regionale – tratti distintivi del nostro sistema sanitario nazionale avrebbero dovuto garantire, il primo, una efficace cooperazione in funzione integrativa, e, il secondo, la valorizzazione delle diversità, sia amministrative, sia di contesto. Gli esiti prodotti sinora sono invece tutt’altro che coerenti, tra dichiarazioni di parità e di concorrenza tra pubblico e privato e manifestazioni di discrezionalità e vincoli, in sede di attuazione. Sotto il profilo dell’assetto normativo e amministrativo, anzitutto, negli ultimi anni il collegamento tra l’accesso al mercato e le esigenze di programmazione si è rafforzato come meccanismo di contenimento della spesa, anche a causa dei crescenti vincoli di bilancio e dell’aggravarsi della situazione economica generale. L’utilizzo dello strumento della programmazione anche in questa chiave ha inciso sul margine di operatività dei fornitori di prestazioni sanitarie, pubblici e privati. All’accreditamento, si è assegnato carattere organizzativo, per le amministrazioni pubbliche, e natura concessoria, per le strutture private. I vincoli e le regole indicati per gli erogatori, infine, hanno trovato, in molti casi, applicazione diversificata, tra fornitori pubblici e privati.

Per fronteggiare i cattivi risultati di bilancio, inoltre, negli ultimi anni, alla gestione dell’amministrazione regionale sono stati affiancati organi governativi, attraverso lo strumento del commissariamento e con la predisposizione dei cd. piano di rientro dai deficit sanitari regionali per le realtà meno virtuose.

Si tratta di accordi siglati tra l’amministrazione centrale e le amministrazioni regionali, con lo scopo di riportare in equilibrio i bilanci delle regioni in difficoltà, anche attraverso il contributo statale. Pensati per risolvere alcuni problemi, e rivolti prevalentemente al risanamento sotto il profilo finanziario, più che a quello relativo alla qualità dei servizi, i piani di rientro rischiano di risolversi in sterili e pericolosi strumenti finanziari. Profonde differenze hanno riguardato sempre più negli ultimi anni anche i risultati in termini di qualità delle prestazioni: i dati sulla mobilità regionale

rappresentano una conferma al riguardo. L’autorizzazione a ricorrere ai servizi di amministrazioni diverse da quelle del luogo di residenza, previa accordi interregionali di compensazione, dovrebbe naturalmente consentire al cittadino di usufruire di prestazioni ad alta complessità erogate da centri specializzati naturalmente dislocati variamente nel territorio nazionale. Il fatto che le richieste di mobilità si siano indirizzate, negli ultimi anni anche o forse prevalentemente verso cure cd. a bassa complessità, manifesta quanto i servizi regionali differiscano sotto il profilo della garanzia del diritto alla salute, oltre che da un punto di vista organizzativo. Senza contare che sempre più di frequente, la misura di tali garanzie si valuta nella quantificazione dei tempi di cura. L’ampiezza delle liste di attesa per ricevere prestazioni, dunque, è un altro fattore a detrimento della tutela della salute. Come si poteva intuire, la crisi provocata dalla pandemia ha sollevato – e scoperchiato – una crisi strutturale già in atto, un processo in cui gli ospedali e le strutture sanitarie – per le miope politiche di austerità e i tagli conseguenti – hanno dovuto rivedere nel profondo la loro operatività. In questo quadro, un ruolo assolutamente ed incomprensibilmente marginale è stato dato alla sanità privata accreditata che, anziché assurgere a momento di compiuta ed insostituibile integrazione alla risposta sanitaria pubblica – scopertasi totalmente inadeguata ed insufficiente rispetto alla grave crisi pandemica – è stata relegata ad un mortificante ruolo subalterno. Le politiche sanitarie adottate dai governi precedenti, cioè, anziché fronteggiare la grave crisi pandemica con tutti gli strumenti a loro disposizione, in primis il servizio sanitario privato convenzionato, peraltro già presente e analiticamente disciplinato dall’ordinamento sanitario nazionale, a cause di miopi pregiudizi culturali ed ideologici, hanno preferito ignorare scientemente la possibilità di utilizzare le strutture accreditate per integrare ed interagire con il servizio sanitario nazionale, offrendo, in tal modo, al cittadino, spesso sofferente e morente, un servizio adeguato e degno del nostro Paese. Orbene, a fronte di quanto emerso con la pandemia, si è creato il clima per ripensare una politica sanitaria basata su modelli in parte diversi da prima: gli ospedali visti come strutture a media e alta complessità assistenziale, le reti territoriali come network integrati tra ASL – Comuni – Terzo Settore – cooperazione sociale, i Distretti come “agenzie di governo” dei bisogni di salute della popolazione residente nel loro territorio. Si sono sperimentati nuovi modelli come quello dell’ospedale a “intensità di cure” o altri ancora come quelli sperimentati in nord Europa dei così detti “ospedali senza letti”: meno posti letto, nuove procedure e tecnologie meno invasive. Il PNRR, per altro verso, impone di fatto un modello di SSN e di SSR su infrastrutture e modelli uniformi di servizi e di reti, con un’idea di riorganizzazione complessiva della sanità pubblica anche e soprattutto nei suoi rapporti interattivi con la sanità privata accreditata. Nel PNRR – per i nuovi modelli di Case di Comunità, Ospedali di Comunità et similia – si prevede la possibilità di una gestione “integrata” da parte di soggetti del Terzo Settore o della Cooperazione Sociale, ma anche di Assicurazioni e Fondazione Bancarie, conosciuti in Italia come gestori della “sanità integrativa”. In questa prospettiva si aprirebbe una nuova porta per un ingresso più adeguato ed organizzato del privato nei SSR. Questo quadro potrebbe rivelarsi estremamente positivo se il confronto e la competizione tra pubblico e privato accreditato si rilevasse come un rapporto alla pari. In questo modo manager pubblici e manager della sanità privata accreditata sarebbero nella condizione di gestire in modo efficiente, efficace e appropriato – e soprattutto sostenibile – le aziende sanitarie.

Su questo piano i vincoli burocratici e normativi sono tanti, spesso pesanti e caratterizzati da tempistiche decisamente lunghe per gestire beni e servizi o governare rapporti in outsourcing.

E su questi temi che chiediamo una profonda riflessione e un dialogo ed un confronto costruttivo con il Vostro Governo.

CONFAPI Sanità Salute Università e Ricerca Dott.ssa Mariastella Giorlandino Resp.le nazionale Sez. Laboratori e Specialistica


ANISAP Dott. Mauro Potestio Dott. Valter Rufini

Associazione I.S.I Il Direttore Generale Dr. Giovanni Onesti

1 visualizzazione0 commenti

Comments


bottom of page